Voci dall'inferno (nel giardino di casa)

«A bordo c’erano an­che tre donne incinte. Due di loro pri­ma di morire hanno perduto il bam­bino che portavano in grembo, han­no abortito per la fame, la sete e la sofferenza di un viaggio terrificante durato 21 giorni».

Parla un inglese stentato Titi Tazrar, 27 anni, eritrea, unica donna sopravvissuta alla trage­dia nel Canale di Sicilia. Ma lo strazio di quelle compagne di viaggio che coltivavano la speranza di una vita migliore soprattutto per le creature che portavano in grembo lo racconta anche a gesti.

Alza a fatica la testa dal cuscino e muove le mani dall’alto in basso, sfiorandosi il ventre come a dar forma all’orrore di quei feti che vengono via dall’utero materno. Un gesto che fa calare il silenzio tra me­dici e infermieri dell’ospedale Cervel­lo di Palermo dove ieri è arrivata in elicottero assieme a un altro conna­zionale di 24 anni, Halligam Tissfa­raly, che se ne sta raggomitolato te­nendosi il braccio teso alla flebo.

«Ho chiesto asilo politico — scandisce— sono partita perché volevo venire in Italia. Non in Germania o Francia ma in Italia. Voglio restare qui. Sono di­sposta a fare qualunque tipo di lavo­ro ma voglio finalmente una vita mi­gliore ».

Commenti

la difficoltà di combattere l'assuefazione.

Assuefazione. Disinteresse. Possiamo chiamarlo come volete, ma il problema rimane. Ormai siamo talmente abituati alla mediatizzazione di questi eventi, da non riuscire più a provare il minimo moto di sdegno, di compassione, di un qualsiasi tipo di sentimento verso questo genere di avvenimenti che non sia l'indifferenza; il massimo che arriviamo a provare è probabilmente il fastidio. Ormai possiamo tranquillamente passare sopra a questo genere di notizia. "ah morti 20 soldati in qualche Paese sperduto.. ok..." e si volta pagina. Magari cercando la sezione sportiva. Se probabilmente una volta il solo fatto di sapere che vi erano stati tanti morti poteva smuovere le coscienze, ormai non può farlo neppure vedere attraverso i tg le scene di morte che avvengono ogni giorno, che siano soldati in "missione di pace", o clandestini che cercano salvezza attraverso un gommone. Ci siamo abituati .
E' questo che secondo me dobbiamo combattere come giovani... l'essere abituati a considerare come naturale, accettabile veder morire delle persone .
Dobbiamo tornare a stupirci, sdegnarci, incuriosirci, impegnarci; dobbiamo tornare a parlare dei grandi temi, dobbiamo affrontare quelle questioni che chiunque altro ci direbbe che "è troppo sbatti, ma chi te lo fa fare".
Dobbiamo dire la nostra, sempre, senza accettare ancora che qualcuno possa imporci cosa fare o cosa pensare. Dobbiamo farci sentire.
Un primo passo è appunto non voltare la testa dall'altra parte quando si vedono queste notizie, ma anzi sforzarci (combattendo quel residuo di superficialità e disinteresse che magari ancora è rimasto) di andare avanti e conoscere.
Forza ragazzi.

Marco Gabba